L’epifora cronica, ovvero la lacrimazione che deborda sulla guancia senza una causa irritativa evidente, figura tra i motivi di consulto più frequenti negli ambulatori di otorinolaringoiatria e oculistica.
Nella maggioranza dei casi la spiegazione è meccanica: il sistema di drenaggio lacrimale ha perso pervietà in corrispondenza del dotto nasolacrimale, il condotto che convoglia le lacrime dal sacco fino alla cavità nasale. Quando quel tragitto si restringe, il liquido ristagna e refluisce verso l’esterno. La condizione prende il nome di stenosi del dotto nasolacrimale.
Si tratta di una patologia sottostimata, spesso derubricata a fastidio stagionale legato al vento o al freddo, quando in realtà segnala un’alterazione anatomica ben definita. La diagnosi tardiva ha un costo clinico misurabile, perché il ristagno prolungato predispone a infezioni ricorrenti e, nelle forme trascurate, alla dacriocistite acuta. Proprio per questo la letteratura specialistica raccomanda una diagnosi precoce, utile a distinguere i restringimenti funzionali dalle ostruzioni complete e a calibrare la terapia sul singolo caso.
Come funziona il drenaggio delle lacrime

Prima di raggiungere il naso, le lacrime attraversano più strutture in sequenza. II film che lubrifica la superficie oculare defluisce attraverso i punti lacrimali, due minuscoli orifizi collocati all’angolo interno della palpebra superiore e inferiore, prosegue lungo i canalicoli, confluisce nel sacco lacrimale e da qui discende nel dotto nasolacrimale. Ogni segmento di questa via può restringersi, ma il tratto più esposto resta quello terminale, dove il calibro è ridotto e la mucosa risulta più incline alle reazioni infiammatorie. Quando l’ostruzione, parziale o completa, blocca il deflusso, la lacrimazione eccessiva diventa un problema di ogni giorno.
Le cause della stenosi del dotto nasolacrimale
La variante più comune nell’adulto è la stenosi acquisita primaria, di natura involutiva: con l’avanzare degli anni la mucosa del condotto si ispessisce per fenomeni fibrotici e infiammatori cronici, fino a chiudere il lume. La prevalenza è nettamente superiore nel sesso femminile dopo la sesta decade di vita, un dato che gli studi mettono in relazione con la conformazione del canale osseo e con fattori ormonali. Le forme secondarie riconoscono cause diverse: gli esiti di traumi del massiccio facciale, le sequele di una pregressa chirurgia endoscopica dei seni paranasali o del setto, le dacriocistiti ripetute, alcune terapie sistemiche e, in una quota ridotta di casi, processi espansivi che comprimono le vie lacrimali. Nel neonato il quadro è a sé stante e prende il nome di ostruzione congenita, dovuta alla mancata canalizzazione della membrana di Hasner al momento della nascita; su questo versante interviene l’otorinolaringoiatria pediatrica.
Sintomi: dall’epifora alla dacriocistite

Il sintomo cardine è l’epifora, presente anche a riposo e accentuata da vento, luce intensa e temperature rigide. Con l’evolvere della stenosi compaiono secrezioni mucose o mucopurulente al canto mediale, congiuntiviti recidivanti e, quando il sacco lacrimale si infetta, la dacriocistite, che si manifesta con una tumefazione arrossata e dolente in sede sottocantale. Questa evenienza richiede attenzione perché può ascessualizzare e, nelle forme croniche, dare origine a mucoceli. Sul piano pratico il paziente lamenta visione offuscata dall’eccesso di film lacrimale, difficoltà nella lettura prolungata e nella guida serale.
Diagnosi ed esami delle vie lacrimali
La valutazione parte dall’ispezione del canto mediale e dal controllo del reflusso alla pressione sul sacco. Il lavaggio delle vie lacrimali con soluzione fisiologica resta la manovra dirimente per stabilire sede e grado dell’ostruzione: un passaggio libero verso il rinofaringe indica pervietà, il reflusso ne segnala il blocco. Nei casi dubbi, o in fase di pianificazione chirurgica, trovano spazio la dacriocistografia e la dacrio-TC, che documentano morfologia ed estensione del restringimento. Sul versante otorinolaringoiatrico è l’endoscopia nasale a fornire le informazioni decisive, perché mostra lo sbocco del dotto, lo stato della mucosa e le varianti anatomiche rilevanti per l’intervento.
Il trattamento: la dacriocistorinostomia
Nell’ostruzione congenita del lattante la condotta è spesso conservativa, con manovre di spremitura del sacco e attesa della risoluzione spontanea entro il primo anno di vita; il sondaggio delle vie lacrimali diventa l’opzione successiva nei casi persistenti. Nell’adulto con dotto ormai chiuso la terapia medica agisce soltanto sul versante infettivo, mentre la soluzione definitiva è chirurgica e punta a ricostruire una via di deflusso alternativa. L’intervento di riferimento è la dacriocistorinostomia, che stabilisce una comunicazione diretta tra sacco lacrimale e cavità nasale. La tecnica endoscopica endonasale, eseguita in alcuni centri con l’ausilio del laser, ha progressivamente sostituito l’accesso esterno, perché evita l’incisione cutanea, riduce il sanguinamento e conserva l’integrità del muscolo orbicolare.
Il posizionamento di un tutore in silicone per alcune settimane mantiene pervia la neostomia durante la cicatrizzazione; nelle forme parziali selezionate trova indicazione la dilatazione con palloncino. Un quadro completo delle procedure è descritto nella pagina dedicata alla chirurgia delle vie lacrimali.
Decorso, esiti e follow-up
I risultati riportati per la dacriocistorinostomia endoscopica sono soddisfacenti, con percentuali di successo elevate e una morbilità contenuta. Il decorso postoperatorio è generalmente rapido, senza cicatrici visibili, con dolore modesto e ripresa delle attività ordinarie in pochi giorni. Il follow-up prevede controlli endoscopici seriati, utili a verificare la pervietà della neostomia e a programmare la rimozione del tutore. La recidiva, quando compare, dipende per lo più da fenomeni cicatriziali a livello dello stoma e può richiedere una revisione chirurgica.
La stenosi lacrimale mostra come un disturbo di apparenza modesta possa dipendere da pochi millimetri di condotto e risolversi con una procedura mirata. La diffusione delle tecniche endoscopiche ha cambiato la collaborazione tra oculistica e otorinolaringoiatria e portato l’intervento dall’accesso esterno alla via endonasale mininvasiva. Rimane il nodo del riconoscimento tempestivo: finché l’epifora verrà liquidata come inconveniente banale, una parte dei pazienti arriverà alla diagnosi più tardi di quanto sarebbe utile.
Per una valutazione è possibile richiedere una visita specialistica.
Potrebbe anche interessarti: Turbinoplastica con le radiofrequenze: una tecnica mininvasiva

